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Il Jainismo

La più antica Dottrina della Nonviolenza Universale, "vivi e lascia vivere. Ama tutti. Servi tutti".
Questa è la fondamentale proposizione dottrinale jainista. La spiritualità jainista si basa sulla regola aurea dell’Ahimsa, il rispetto attivo nei confronti di ogni singola vita, animale o vegetale, che è divina e sacra e contiene un’anima individuale eterna, potenzialmente perfetta e santa, che aspira a liberarsi dai vincoli con la materia.


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Ne deriva che la condotta del Jaina sia estremamente rigorosa nell’osservanza del Vegetarismo, del pacifismo, della tolleranza, della protezione della creazione e delle creature, dell’altruismo. 
Nel Jainismo non vi sono sacerdoti, gerarchie, un organismo centrale, un papa, né si trovano dogmi o intermediari. Il fatto che qui non vi sia la possibilità di delegare le proprie responsabilità e le proprie mancanze a un confessionale, a un intermediario, o a un qualunque rituale religioso, sottende un impegno nella condotta e nella fede rigoroso, tutto personale, individuale, in prima linea con sé stessi e con la propria coscienza.

Il Jainismo è una Dottrina spirituale ateista, nel senso che rifiuta scientificamente ed empaticamente l'idea di un creatore increato, di un primo motore immobile, ritenendola illogica ed inutile per il progresso spirituale. Ognuno può aspirare alla deità: il Jainismo riconosce infatti numerosissimi Dei, intesi come esseri umani autoliberatisi grazie ai propri sforzi personali. 
Il divino, il sacro, è nella vita, anzi E’ la vita stessa. 
Ovunque vi sia un’espressione vivente, animale o vegetale, così come anche la terra, l’acqua, il vento, la rugiada, ecc, lì si trova il sacro, senza bisogno di cercarlo altrove, chissà dove… 
La metafisica jainista attribuisce grande importanza alla logica sul piano cognitivo; viene data una spiegazione scientifica, codificata nei minimi particolari, dell’origine e del divenire degli universi, eterni ed increati, in cui si dimostra che l’anima non nasce e non muore, ma migra di corpo in corpo fino alla Liberazione, che può essere ottenuta soltanto disgregando i frutti dei propri karma (sia i karma auspicali che i karma nefasti), emancipandosi, cioè, in modo autentico, dagli attaccamenti e dalle avversioni.... 
Oltre all’Ahimsa, altre due regole fondamentali per i Jaina sono: la Dottrina del "Non-assolutismo” e della molteplicità dei punti di vista (“Anekantavada” e "Syadvada") e la “Costante Vigilanza”. 
La Dottrina del "Non-assolutismo” e della molteplicità dei punti di vista insegna ad allargare il proprio punto di vista, la propria prospettiva di giudizio, e a vedere in ogni affermazione, pensiero, credo, contemporaneamente una parte di vero, di non vero, di descrivibile e di indescrivibile. 
L’adozione di questa Dottrina apre la mente ed il cuore dell’individuo a un reale ecumenismo e al superamento di ogni differenza di religione, di pensiero, di appartenenza..... 
La prescrizione della “Costante Vigilanza”, richiede al Jaina di non allentare mai la propria attenzione nei confronti del rispetto per le altre vite e nei confronti dell’applicazione dell’Ahimsa. E’ detto che un individuo costantemente vigile è sempre nonviolento, anche quando, per una circostanza imponderabile, causa involontariamente una violenza; mentre un individuo disattento è sempre violento nel suo cuore, anche quando non causa direttamente violenza. 
Il rispetto attivo per gli animali e per la natura è, quindi, il fondamento stesso dell’etica jainista. 
Presso le comunità e i templi Jainisti gli animali non devono temere per la propria incolumità; anzi, accanto ai templi si trovano spesso i "Panjarapole", rifugi per animali anziani o feriti, e centri veterinari sovvenzionati dalle comunità dei laici, che si occupano, inoltre, del mantenimento e della protezione dei monaci e degli asceti, dei templi, delle biblioteche e degli ostelli. 
Non di rado, i Jaina acquistano animali dai macelli per dare loro salvezza e ricovero. 
Un aspetto interessante della devozione jainista è che questa non è concepibile per l’ottenimento di miglioramenti spirituali o materiali; per i devoti Jaina non è pensabile un’adorazione volta all’ottenimento di benefici, grazie o miracoli; la riverenza ai ventiquattro Saggi ("Tirthankara", esseri umani illuminati ed autoliberatisi) è fine a sé stessa. I Tirthankara non possono essere toccati dalle umane sollecitazioni; loro compito è essenzialmente quello di indicatori della giusta via verso la Liberazione. Ogni progresso personale può avvenire unicamente grazie agli sforzi, alla condotta e all’impegno del singolo individuo. 
Contrariamente a quanto accade presso altre religioni, dove il salire nelle gerarchie ecclesiastiche comporta un sempre maggiore prestigio, maggiore ricchezza di paramenti, e vistosi miglioramenti materiali ed esteriori, nel Jainismo, con il progredire dell’evoluzione sul piano spirituale, aumentano le rinunce e le restrizioni. 
I monaci e le monache (“Svetambara” o “Saddhi”) possiedono solo un abito bianco, una ciotola per elemosinare il cibo e l’acqua, un bastone, una scopa per rimuovere gli insetti dal loro cammino e prima di sedersi e coricarsi, e una pezzuola sulla bocca per non nuocere ai batteri dell’aria. 
Gli asceti “Digambara” (= “Vestito di cielo”), che sono generalmente i più anziani, i più eruditi sulle Scritture, i più perfetti sul piano della condotta, della fede e della conoscenza, non possiedono nulla: né abito, né dimora, né lavoro, né famiglia, né amici, né ciotola, ma solo la scopa, un contenitore per l'acqua con cui lavarsi i piedi prima di entrare nei templi, e la pezzuola sulla bocca; essi elemosinano il cibo e l’acqua da bere nell'incavo delle mani. 
I monaci e gli asceti, oltre a non cibarsi di alcun animale, non si cibano neppure di tutte quelle creature vegetali che contengono princìpi di vita (estirpando le quali si uccide l'intera pianta), e quindi l’anima: bulbi, germogli, radici, patate, ....., e neppure miele, prodotto mettendo in pericolo la vita delle api. 
Il termine “Jaina” significa “Vittorioso” e designa colui che ha vinto sugli attaccamenti, sulle avversioni, sull’egoismo, sul materialismo, sulle passioni. 
L’origine del Jainismo si perde nella notte dei tempi; sono noti al mondo gli ultimi ventiquattro Saggi “Tirthankara” ( = “Costruttori del ponte”) che reiterarono i fondamenti della Dottrina, il più recente dei quali, Mahavira, al quale si riconosce personalità storica, visse in India intorno al 600 a.C.. Mahavira era contemporaneo di Siddhartha Gautama il Buddha; come lui figlio di un raja, decise di ritirarsi per meditare sulla natura dell’anima, raggiungendo il Nirvana, pare, con vent’anni di anticipo sul Buddha. Sia Buddha che Mahavira si opposero al vedismo a causa della divisione in caste e dei sacrifici animali. A differenza del Buddhismo (dove esiste un’anima universale “io-Tutto”), nel Jainismo ogni vivente è dotato di un’anima individuale; inoltre, per il Jainismo è indispensabile rinunciare completamente al corpo attraverso la "Dottrina del Distacco" per compiere il proprio processo di Liberazione, mentre il Buddha, dopo aver seguito per molti anni il modello ascetico, scelse la “via di mezzo”. 
Attualmente il Jainismo conta circa dieci milioni di aderenti, fra laici, monaci e asceti, quasi tutti in India e negli Stati Uniti d’America; gruppi di Jaina iniziano a esistere in Inghilterra e Nord Europa. 
In tempi di indifferenza e di lassismo dell’etica, dello spirito e della morale, il rigoroso messaggio jainista può scuotere le coscienze dal torpore colpevole in cui sembrano ristagnare ed indicare un attivismo nobilitante e ottimista, in profonda sintonia con la creazione e con le creature. Credo che ciascuno possa diventare nel proprio cuore un Jaina, ma non senza quel radicale cambiamento di natura che l’adesione al comandamento dell’Ahimsa comporta! 
Del resto, non è necessario accettare la dottrina delle reincarnazione per accostarsi al Vegetarismo: è sufficiente far visita a un macello…… 
Maria Luisa Tornotti, nel suo “La non violenza nella cultura indiana dai Veda a Gandhi” afferma “il Giainismo rappresenta il massimo tentativo che sia mai stato messo in atto per ridurre o annullare la violenza”. 
Con l’avvento dell’industrializzazione dello sfruttamento e della violenza sugli animali, i Jaina si sono spinti ancora oltre, compiendo un passo deciso nella direzione di una Nonviolenza pratica quotidiana ancor più rigorosa. I Jaina hanno pubblicato, nel 2000, in India e in U.S.A., un volume di aggiornamento dottrinale jainista, nel quale viene evidenziata la necessità irrinunciabile di abolire il consumo non solo delle carni degli animali, ma anche di tutti quei prodotti derivanti da grande violenza e sfruttamenti sugli animali, come il latte, le uova, i formaggi, il burro. Questo volume, THE BOOK OF COMPASSION, è stato tradotto da Claudia Pastorino e Massimo Tettamanti e pubblicato in Italia nel 2002 dall'Editore COSMOPOLIS, "IL JAINISMO, LA PIU' ANTICA DOTTRINA DELLA NONVIOLENZA, DELLA COMPASSIONE E DELL'ECOLOGIA". 
Le già severe restrizioni alimentari prescritte dalla Dottrina jainista sono state così sottoposte ad una revisione critica nell’ottica di una attualizzazione dell’adesione alla regola dell’Ahimsa, tutta calata nei nostri giorni. 
La grande maggioranza dei gruppi religiosi, a causa del dilagante degrado della morale e della spiritualità, allenta la propria dottrina al fine di meglio adattarla alle modernità, alla società tecnologica e al rapido susseguirsi di cambiamenti sociali, culturali e di costume. 
Coraggiosamente, con il rigore che da sempre li contraddistingue, i Jaina, in seguito alla creazione dell’”animale-macchina”, stanno adottando per sé stessi e per la propria condotta quotidiana regole sempre più rigorose. 
E’ così che, attualmente, i monaci jainisti stanno, per esempio, sostituendo il latte (utilizzato in alcuni rituali all’interno dei templi) con il latte di soja e il latte di riso. 
A chi si stupisse di ciò, probabilmente non è ancora capitato di vedere o di leggere che cosa accade alle bovine "da latte" o alle galline "ovaiole" all’interno degli allevamenti intensivi! 
Tali restrizioni valgono per la dieta quotidiana sia dei monaci sia dei laici. Se scrutiamo la realtà nascosta e segreta dell’industria del latte e dell’industria delle uova, vediamo quanto questo modello di comportamento sia, all’atto pratico, l’unico modo possibile per vivere pienamente e fino in fondo la regola d’oro dell’Ahimsa, oggi! 

Di seguito alcuni significativi versetti tratti dal SAMAN SUTTAM, il Canone della Spiritualità Jainista, pubblicato nel maggio 2001 da Mondadori: 

(147) E’ caratteristica essenziale di ogni uomo saggio che non uccida alcun Essere Vivente! Senza dubbio, un individuo dovrebbe comprendere semplicemente i due principi chiamati Non-violenza ed Eguaglianza verso qualsiasi Essere Vivente. 

(148) Tutti gli Esseri Viventi vogliono vivere e non morire; per questo le persone completamente prive di attaccamenti (Nirgranthas) proibiscono l’uccisione degli Esseri Viventi. 

(149) In tutti i casi, sia consapevolmente che inconsapevolmente, un individuo non dovrebbe mai uccidere gli altri Esseri Viventi -mobili o immobili- di questo mondo, né permettere ad altri di ucciderli. 

(150) Come il dolore non ti è gradevole, ugualmente non lo è per gli altri. Conoscendo questo principio di Eguaglianza, tratta sempre gli altri con Rispetto e Compassione. 

(151) Uccidere un Essere Vivente è come uccidere sé stessi; mostrare compassione ad un Essere Vivente è come mostrarla a se stessi. Colui che desidera il proprio bene, dovrebbe evitare di causare qualsiasi tipo di danno ad un altro Essere Vivente! 

(152) L’Essere Vivente che vorresti uccidere è uguale a te stesso; l’Essere Vivente che vuoi tenere sottomesso è uguale a te stesso. 

(154) Anche la sola intenzione di uccidere causa la schiavitù del karma, sia che tu uccida sia che tu non uccida; dal punto di vista reale, la natura di chi manifesta l’intenzione di uccidere è schiava del karma. 

(155) Sia il non astenersi dalla violenza, che l’intenzione di commetterla, è himsa (violenza).Anche il comportamento non costantemente vigile a causa delle passioni, equivale a himsa. 

(156) La persona saggia è quella che lotta sempre per sradicare i suoi karma e che non è attratta da himsa. Uno che si sforza fermamente di rimanere non-violento è, dal punto di vista reale, ‘uno che non causa uccisioni’. 

(157) Secondo le Scritture l’individuo è sia violento che non-violento. Quando l’individuo è attento e vigile sulla propria condotta, è non-violento; quando si distrae, è violento. 

(158) Non esiste una montagna più alta del Meru; non esiste niente di più esteso del cielo; ugualmente, si sa che non esiste in questo mondo una religione più grande della Religione dell’Ahimsa! 

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