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"La lezione di Gandhi" di Satish Kumar

Fuori dall'India il nome di Gandhi è famoso per le sue campagne contro il colonialismo britannico, ma in realtà la sua lotta ebbe un respiro molto più ampio. L'obiettivo principale del Mahatma era quello di rinnovare l'India e la sua cultura. Non gli interessava barattare la dominazione britannica con un nuovo colonialismo locale, ma voleva che il governo concedesse larga autonomia ai villaggi.

«La vera India non è quella che si vede nelle sue poche città, ma quella dei suoi 700 mila villaggi», diceva Gandhi: «Se questi muoiono morirà anche l'India». In queste parole è racchiuso lo swadeshi, il programma economico del Mahatma per la promozione delle piccole comunità locali.


I principi dello swadeshi

L'India libera auspicata da Gandhi non era uno stato nazionale ma una confederazione di villaggi autonomi e autosufficienti. Il potere politico ed economico doveva essere gestito dalle assemblee locali.

Questa filosofia era profondamente radicata nella popolazione: per millenni la gente aveva vissuto in armonia con la natura, mangiando quello che coltivava e tessendo i propri vestiti. Gli animali, la terra e le foreste erano parte integrante di questo equilibrio sociale e ambientale. Ogni regione aveva una propria identità culturale ben definita ed era orgogliosa di questa diversità.

Secondo lo swadeshi, tutto quello che viene prodotto nel villaggio deve essere utilizzato dai suoi abitanti. Il commercio fra villaggi e quello con le città deve essere ridotto al minimo, mentre ciò che non può essere prodotto nei villaggi può essere acquistato altrove.

Lo swadeshi allontana il rischio della dipendenza economica dai mercati stranieri, e al tempo stesso evita trasporti inutili e dannosi per l'ambiente. Ogni villaggio, per essere autosufficiente, dovrebbe avere i propri insegnanti, contadini, musicisti, artigiani e via dicendo. In altre parole, dovrebbe essere una piccola India. Per Gandhi i villaggi erano così importanti che pensava di dar loro uno status amministrativo particolare.

Il Mahatma voleva sostituire l'economia centralizzata di tipo industriale imposta dal colonialismo britannico con un sistema artigianale e decentrato. In effetti il lavoro manuale ha dei contenuti culturali e religiosi ben precisi, perché stimola la responsabilità e promuove i rapporti interpersonali. In questo modo si cementano i rapporti comunitari fra gli abitanti del villaggio.

L'industrializzazione, al contrario, stimola la gente a lasciare il villaggio per andare a lavorare nelle fabbriche. In questo modo l'uomo perde la propria dignità e diventa una ruota dell'ingranaggio. Divide il suo tempo fra la catena di montaggio e squallidi agglomerati urbani. Poi, quando le industrie richiedono una maggiore produttività, cominciano a rimpiazzare l'uomo con le macchine e producono masse di disoccupati.
Nello swadeshi, invece, la tecnologia è subordinata all'uomo e non assume mai un ruolo principale. Lo stesso principio vale per il mercato.

Gandhi sapeva che la globalizzazione dell'economia avrebbe indotto ogni paese a privilegiare le esportazioni e ridurre al minimo le importazioni per mantenere in equilibrio la bilancia dei pagamenti. Questo avrebbe prodotto continue crisi economiche, disoccupazione e malcontento.

Lo swadeshi non nega l'importanza dell'economia, ma le attribuisce un ruolo subordinato. Se supera un certo limite, la crescita economica ostacola il benessere.

Oggi molti pensano che l'accumulo di beni materiali sia la chiave della felicità. Diceva Gandhi:

«Il benessere è necessario, ma oltre un certo limite diventa un ostacolo. Dietro la creazione di bisogni illimitati si nasconde una trappola. La soddisfazione dei bisogni materiali deve avere dei limiti, altrimenti degenera in culto della materia. È il rischio che stanno correndo gli europei, e che avrà effetti devastanti se non compiranno un cambiamento radicale».

L'espansione economica, come insegna la storia, degenera spesso in guerra. «Al mondo c'è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti», diceva Gandhi, «ma non l'avidità di tutti».

Gli economisti odierni, al contrario, sono attratti dal mito della crescita illimitata. E proprio perché non conoscono limiti, non sono mai soddisfatti di quello che hanno. Lo swadeshi, invece, promuove la pace: pace con sé stessi, con gli altri, con la natura.
L'economia globale stimola la competitività e l'ambizione. Il risultato è una vita logorante, con poco spazio per la famiglia e per la propria dimensione spirituale.


Il colonialismo inglese

Storicamente l'economia indiana si basava sull'agricoltura e sull'artigianato (ceramica, mobili, pelle, gioielli). Ma la produzione più importante era quella tessile. Ogni villaggio aveva i suoi filatori, i suoi cardatori, i suoi tintori.

L'arrivo della produzione industriale proveniente dal Lancashire fu un colpo mortale per gli artigiani locali e per l'intera economia dei villaggi. Gandhi voleva difendere l'industria locale e iniziò una campagna per limitare l'importazione di tessuti inglesi. La popolazione aderì all'iniziativa e fu organizzato un boicottaggio che coinvolse centinaia di migliaia di persone. Il filatoio divenne il simbolo dell'indipendenza politica ed economica.

Altrettanto dannosa per l'economia indiana fu l'introduzione del sistema educativo britannico.

Lord Macaulay, mentre presentava l'Indian Education Act al Parlamento di Londra, disse testualmente:

«Per contenere tutta la letteratura indiana basta un solo scaffale di una buona biblioteca europea [...] questa gente non esprime nulla in alcuna disciplina [...] noi dobbiamo formare una classe di persone che abbiano sì sangue indiano, ma sensibilità e cultura inglesi».

Per raggiungere questo obiettivo le scuole locali furono sostituite da strutture scolastiche di tipo britannico. Gli indiani ricchi venivano mandati a Eton, a Cambridge, a Oxford. Si leggevano Shakespeare o il London Times, piuttosto che i Veda o le Upanishad. Gli Indiani imparavano a disprezzare la propria cultura, che vedevano arretrata e ridicola. Volevano governare l'India, ma volevano farlo alla maniera degli Inglesi.

L'esempio plastico di questo indiano anglicizzato era Jawaharlal Nehru, che divenne primo ministro subito dopo la proclamazione dell'indipendenza. Nehru voleva trasformare l'India in un paese industrializzato ma rifiutava il capitalismo, preferendogli un'economia pianificata. Si ispirava ai circoli londinesi di orientamento laburista.

Gandhi, al contrario, credeva che la forza dell'India stesse nella sua diversità. Pensava che gli Indiani dovessero essere fieri della propria cultura e non scimmiottare gli europei; che l'economia e la politica non dovessero essere disgiunte dai valori spirituali; che tutto questo fosse possibile solo dove esistevano forti legami comunitari.

Sei mesi dopo la proclamazione dell'indipendenza, purtroppo, Gandhi venne ucciso. I suoi insegnamenti furono abbandonati e Nehru potè imporre il proprio programma. Si circondò di burocrati filoccidentali e aprì il paese a un nuovo colonialismo. Lo spiritualismo gandhiano fu velocemente rimpiazzato dall'avidità e dall'industrialismo sfrenato. Da allora la storia dell'India è segnata dalla corruzione e dagli intrighi.


Il colonialismo senza gli inglesi

Il colonialismo britannico è finito nel 1947, ma l'India non è un paese libero, perché continua a essere governata in modo coloniale; l'unica differenza è che non ci sono più gli Inglesi.

Questo è il suo dramma. Gli industriali e gli intellettuali continuano a credere che il paese debba restare soggiogato alla Banca Mondiale e al GATT.

Comunque fra la gente cresce il malcontento. La dissennata gestione politica del Partito del Congresso -prima con Nehru, poi con sua figlia Indira Gandhi, poi col figlio di lei Rajiv- è sotto gli occhi di tutti. La corruzione dilaga. I poveri sono sempre più poveri, mentre la classe media abbandona il Partito del Congresso per sostenere i nazionalisti indù [Bharatiya Janata Party, al potere dal marzo 1998, n.d.t.]. I contadini si oppongono alle multinazionali che vogliono brevettare le loro sementi. La globalizzazione economica promossa dal GATT sta avendo effetti devastanti.

Ma la gente non ha dimenticato lo swadeshi proposto da Gandhi. I suoi principi, validi oggi più che mai, costituiscono un'alternativa integrale alle false promesse dell'industrialismo.

Satish Kumar 

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