Passa ai contenuti principali

Da una lettera di Vivekananda

«Mentalmente sto bene, anzi benissimo. Sento il riposo dell’anima più di quello del corpo. Dopo aver perso e vinto molte battaglie ho fatto la valigia e aspetto il Grande Liberatore...

Dopo tutto, Joe, io sono ancora il ragazzo che amava ascoltare estasiato le stupende parole di Ramakrishna sotto l’albero di banyan a Dakshineswar. Questa è la mia vera natura: il lavoro e l’attività, le opere buone e così via, sono solo sovrapposizioni. Ora sento di nuovo la sua voce… solo la voce del maestro che chiama. “Vengo, Signore, vengo...”


Sono contento di essere nato, di aver sofferto, di aver fatto grandi errori, di entrare nella pace. Non ho vincoli e non ho vincolato nessuno. Che questo corpo cada e mi lasci libero o che io acquisisca la libertà mentre sono ancora nel corpo, il vecchio uomo se n’è andato per sempre e non potrà tornare mai più!

La guida, il guru, il capo, il maestro è morto; il ragazzo, l’allievo, il servitore me lo sono lasciato alle spalle ...

Dietro il lavoro che ho fatto c’era l’ambizione, dietro il mio amore c’era l’attaccamento personale, dietro la mia purezza c’era la paura, dietro la mia guida la sete di potere. Adesso queste cose stanno svanendo e io mi lascio andare alla deriva. Eccomi, Madre, eccomi ... »

Sono solo alcuni brani di una lettera di Vivekananda ad un suo allievo, scritta due anni prima di morire,  tratti dal libro di Christopher Isherwood “Ramakrishna e i suoi discepoli” (ed. Corbaccio).

Quale grande ammissione finale! Vivekananda aveva vissuto grandi esperienze spirituali per grazia del suo maestro Ramakrishna, si era prodigato con gli altri discepoli del Maestro per fondare scuole, ospedali, per dare sollievo alle misere condizioni della gente del suo Paese (oltre che per divulgare la spiritualità indiana in America e Inghilterra), eppure non può fare a meno di riconoscere che tutto il suo operato non era stato disinteressato: quanti al suo posto, lo avrebbero confessato, prima di tutto a se stessi? Questo rende ancora maggiore la mia stima per lui. (Essence)

Commenti

Post popolari in questo blog

La trasformazione della mente - Dalai Lama

La mente può e deve trasformare se stessa. Può liberarsi delle impurità che la contaminano e assurgere al più alto livello.

Age quod agis

Age quod agis: la locuzione tradotta letteralmente significa Fai (bene) quanto stai facendo. In maniera metaforica la frase costituisce un richiamo ad interpretare correttamente il presente, che solo è in nostro possesso e dal quale dipende l'avvenire.

Delle mosche del mercato - Friedrich Nietzsche

"Fuggi, amico mio, nella solitudine! Io ti vedo stordito dal chiasso dei grandi uomini e punzecchiato dagli aculei dei piccoli.
Il bosco e la roccia sapranno degnamente tacere con te. Sii simile all'albero che tu ami, quello dall'ampia ramaglia: che è sospeso quieto sul mare e silenzioso ascolta.
Dove finisce la solitudine, comincia il mercato; e dove comincia il mercato, comincia anche il chiasso dei grandi attori drammatici e il ronzio delle mosche velenose.